Nell’affrontare il complesso tema della violenza sulle donne, spesso ci si sofferma su quelli che sono gli aspetti psicologici e fisici, perché di questa tipologia di sopruso si ha una cognizione immediata. Anche per come i mass media trattano tali argomentazioni, riducendo a pura cronaca nera ciò che ha invece una più vasta complessità. Ogni settantadue ore in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza; tre femminicidi su quattro avvengono tra le mura domestiche; il sessantatre per cento delle violenze carnali è commesso da un partner o ex partner.
Queste le ultime quattro donne uccise in pochissime ore che ricordo con umanità: Luigia Fortunato 33 anni; Tania Sperindio 31 anni; Daniela Florea 36 anni, Tania Terrin 39 anni, Ornella Forastefano 46 anni, Joanna Rouissi 50 anni, Maria D’Alessandro 75 anni, Michela Rubiu 47 anni, Carmela Bifano 72 anni, Lorena Isceri 45 anni. Non so perché è così complicato proteggere le donne dalla morte in Italia, sovente per mano di chi le ha sposate e promesso eterno amore. Molto spesso ci si domanda perché all’interno di una situazione di violenza domestica la donna non denunci subito il proprio partner, perché non fugga senza pensarci due volte. Il motivo è semplice, queste donne sono strette da catene molto più potenti rispetto a quello che si possa pensare, le catene della violenza economica, che è invece subdola, molto spesso difficile da riconoscere. Ne sono vittime, allo stesso modo, casalinghe e professioniste, disoccupate e imprenditrici, giovani e meno giovani, indipendentemente dalle fasce di reddito e dalla classe sociale di appartenenza.
Sono numerosi gli uomini che chiedono alla propria compagna di smettere di lavorare, di restare a casa per accudire i figli, e occuparsi a tempo pieno del ménage familiare. Controllano in modo maniacale i guadagni delle proprie vittime e quanto spendono; obbligano a firmare documenti per ottenere prestiti dalla banca, mettendo in difficoltà la donna per il recupero delle rate. L’obiettivo di questi fraudolenti soggetti è quello di rendere la partner dipendente economicamente e psicologicamente dalla sua persona.
Certo, per l’uomo, l’idea che la donna possa essere potente quanto lui è difficile da accettare, l’autonomia fa paura, d’altronde è semplice assoggettare, il difficile è rispettare un essere umano per quello che è, indipendentemente dal sesso, perché la violenza nasce proprio nel germe della disuguaglianza.
A tal proposito, mi vengono in mente le parole dell’attrice Franca Rame, vittima di stupro: “Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza sessuale contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio. Un cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie”. Di sicuro le parole di Franca Rame sono molto dure, e molto attuali, perché, lo sappiamo, numerose sono le donne che non denunciano, perché sono ben consapevoli del fatto, che sul piano probatorio è complicato per una donna dimostrare le violenze subite, soprattutto se ci sono state anche violenze carnali.
Vi riporto le parole di una poesia di Nikita Gill: “Ogni qual volta l’uomo prende/dal corpo di una donna/senza il suo permesso,/manca di rispetto all’utero/da cui è nato,/contamina il luogo/che l’ha protetto/quando era più indifeso,/ profana il tempio/da cui ha iniziato il viaggio”.
Anche Papa Francesco si è espresso con parole significative per comprendere l’orrore dei maltrattamenti verso le donne: “Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità”.
Ad ogni modo, credo che sia che si tratti di violenza psicologica, fisica o economica, la cosa importante da combattere è alla radice dell’essere umano, che non comprende che la diversità è una ricchezza, e che nascere uomo o donna è una differenza che apporta valore all’interno della coppia, favorendone l’armonia. Come dico sempre nel mio progetto Rete d’azione femminile e maschile: LA DONNA È ARMONIA! Ma perché possa esserlo, bisogna curarla e proteggerla come un fiore, e non sradicarla come si fa con l’erbaccia.
Esprimo il mio ringraziamento alla prof.ssa Lara Carrozzo che mi offre opportunità di scrivere qualcosa su un argomento così delicato, fortemente dibattuto e purtroppo attuale: la violenza sulle donne e sugli uomini.
Il 25 novembre si celebra la Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La celebrazione di una giornata non è abbastanza. Da più parti poi si propinano programmi televisivi su questo tema che purtroppo non sortiscono l’effetto desiderato, anzi sembra che fomentino la violenza.
Il progetto di Lara Carrozzo ha una novità rispetto agli altri progetti, evidenzia che a subire violenza non sono soltanto le donne ma anche gli uomini. Infatti il progetto è titolato: Rete d’azione femminile e maschile. Il progetto si pone dalla parte sia delle donne che degli uomini. Il desiderio profondo di Lara Carrozzo è quello di realizzare un “dialogo” tra l’uomo e la donna per ritrovare l’armonia. Ma anche di agire sul piano dell’informazione e della comunicazione per aiutare le persone in difficoltà e creare una rete tra istituzioni e cittadini.
Il Concilio Vaticano II, che ha messo al centro la persona umana, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes al n. 10 afferma:
«In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. È proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si combattono a vicenda». Sembra che il cuore dell’uomo sia un guazzabuglio in cui albergano il bene e il male. Dice Gesù:«L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 7,45). La violenza, quindi, si esprime attraverso gesti, parole, sguardi…
Non dobbiamo mai dimenticare che “la prima struttura ingiusta” di cui siamo direttamente responsabili è proprio il nostro “cuore”. Infatti è dal di dentro, cioè dal cuore dell’uomo’ che escono tutte le ingiustizie. Gesù afferma: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (Mc 7,21-23). Si rende perciò necessaria per tutti un’opera di purificazione del cuore, di conversione del cuore.
È necessario purificarlo e renderlo capace di amare, rimarginando le sue ferite.
Occorre perciò responsabilizzarsi e stabilire il giusto sia a livello di coscienza, sia a livello di struttura.
– A livello di coscienza perché l’ingiustizia è dentro l’uomo, nella sua insensibilità, nella sua ostinatezza.
– A livello di struttura perché l’ingiustizia prende corpo e forma anche nelle istituzioni: nella loro carenza, nella loro incapacità di venire incontro alle esigenze delle persone. Pertanto anche le istituzioni hanno bisogno di “fare rete” per realizzare il bene dell’uomo.
Per rimarginare certe ferite procurate dalle diverse forme di violenza non basta un “cerotto”. Le ferite procurate sul corpo, nella mente, nello spirito sono molto profonde e non basta una vita per rimarginarle.
Per costruire una persona ci vuole una vita, per distruggerla un attimo. Pensiamoci!
Ci sono storie che già erano taciute da anni, storie di donne chiuse in angolo della loro vita a causa di una scelta sbagliata, perché sposare quello che diventerà poi il tuo carnefice, non è certo ciò che nessun essere umano si aspetterebbe nel corso della sua esistenza, e morire così è più ingiusto che mai! In questo tempo di Covid 19, quello che le donne non dicono in ‘confinamento’, è la violenza.
Su 2.867 donne che in Italia hanno contattato i centri D.i.Re in Italia, solo 806 sono “nuove”. Il dato, pari al 28% del totale, è in forte contrasto con l’ultima rilevazione D.i.Re di due anni fa, il cui numero delle conviventi che si erano rivolte a centri antiviolenza per la prima volta era del 78% (15.456 su 19.715). Prendiamo in esame più una regione come l’Emilia-Romagna, in linea con questa tendenza. Il Coordinamento dei Centri antiviolenza della regione, mettendo a confronto i dati relativi al mese di marzo 2020 con quelli di marzo 2019, registra un calo netto (-53%) delle richieste di aiuto provenienti proprio da chi non aveva mai preso prima contatto con un centro.
Diminuiscono le denunce, ma non le violenze. Da un’analisi a campione su 4 centri della regione (Lugo, Ferrara, Modena, Reggio Emilia), nello stesso periodo sono aumentate di 17 punti percentuali le donne che chiedono ospitalità in emergenza (dall’11% al 28%), sono un po’ più giovani (da 43 a 39 anni), per lo più vittime di violenze fisiche (67% contro il 53 del 2019) e quindi come si può intuire gli autori sono in grande maggioranza conviventi o coniugi (70% oggi, 57% un anno fa).
“È evidente che se le donne spesso si rivolgono ai centri antiviolenza all’insaputa del partner per evitare di aumentare tensioni e altre violenze, con il confinamento (tutto diventa più difficile”, spiega Angela Romanin, presidente del Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna. “Prima dell’insorgenza del coronavirus – continua – i centri antiviolenza intercettavano una piccola quota rispetto ad altri enti specializzati come ad esempio le Forze dell’Ordine, il Pronto Soccorso. Diciamo circa il 12%. Inoltre, il 40% di donne non parla proprio con nessuno. Nemmeno con le madri, con le amiche. Che il motivo sia l’emergenza Covid-19 è chiaro. A febbraio, quindi in un periodo immediatamente precedente, i numeri erano in linea con quelli dello scorso anno. Il crollo si è verificato a marzo”.
Nonostante tutto questo, la Casa delle Donne di Bologna ha avviato un servizio chat per facilitare la conversazione attraverso la forma scritta. Ma quello che va sottolineato è che nessun centro antiviolenza in Italia si è fermato. La grande maggioranza del lavoro di accoglienza si è trasferito ai telefoni, ma nessuna casa rifugio è stata chiusa. E il motivo di spostamento è giustificato facendo valere lo stato di necessità nell’autocertificazione.
Poi verrà il “dopo emergenza”, che questo tempo sospeso rende ancora più difficoltoso, specie nella costruzione di percorsi di autonomia. E la strada è in salita, ma non bisognerà mai arrendersi, perché come è scritto nel Talmud ebraico: “chi salva una vita, salva il mondo intero”. E noi queste vite dobbiamo salvarle!
Lara Carrozzo
22 aprile 2020
È stato uno dei miei incubi a svegliarci.
Erano circa le cinque del mattino e nella stanza completamente buia, filtrava solo una striscia di luce dalla portafinestra, che illuminava di un chiarore opaco, le assi di legno bianco del pavimento dell’appartamento in affitto.
Vuoi dell’acqua? mi ha chiesto Chris, mentre spostava i capelli sudati dalla mia fronte.
No, ho detto.
Cercava di abbracciarmi ma lo faceva in un modo strambo, lasciando un po’ di vuoto tra i nostri corpi. Come se non fosse sicuro che io lo volessi. Oltretutto, non era uno bravo in queste cose.
Mi sono alzata e ho preso una sigaretta dal giubbotto di pelle, lui ha preso la sua dal pacchetto poggiato sul comodino e senza dirci nulla siamo usciti in terrazzo, scalzi, con le gambe e le braccia nude punzecchiate dal fresco piacevole di un’alba limpida di fine aprile che stava sbocciando sui tetti e le terrazze e le chiese barocche del centro storico.
Il cielo era roseo e brillante, la strada sotto di noi lucida e silenziosa. Ci siamo entrambi appoggiati alla ringhiera, con i gomiti attaccati. Chris mi ha acceso la sigaretta e la fiamma in mezzo a noi gli ha illuminato il volto insonnolito e gli occhi arrossati. Mi è sembrato più bello. Di una bellezza riservata solo a una determinata ora del giorno o della notte, o di un momento preciso.Come durante un orgasmo.
Una volta lui mi aveva detto, sei più bella quando fai l’amore.
Gli avevo chiesto perché, e lui aveva detto che sembravo più libera, che non ero controllata come al solito.
Slegata, aveva detto.
Mi sembrava un po’ così lui adesso, di una bellezza slegata.
Brutto incubo, vero? ha detto
Già.
Mi dispiace.
Dispiace a me di averti svegliato.
Ma sta zitta.
Abbiamo riso.
Ti va di raccontarmelo?
No, scusa. Ho buttato fuori il fumo e ho poggiato la testa sulla sua spalla larga, mi sono avvinghiata al suo braccio massiccio, e glie l’ho accarezzato per un po’.
Le sue braccia mi piacciono molto. Mi piacciono nel senso che ogni volta che le tocco, sento parti del mio corpo sollevarsi verso di lui.
Chris ha poggiato la sua testa sulla mia, ti sei svegliata di botto respirando a bocca aperta come se stessi uscendo dall’acqua dopo una lunga apnea, ha detto.
Sì immagino, ho detto.
Avevi il cuore a mille, ha detto lui, mettendomi una mano sullo sterno, ora è più calmo.
Lo so.
Sentivi che ti accarezzavo mentre sognavi?
No, ho detto, ho parlato nel sogno? Ho detto qualcosa?
No, scalciavi e ti dimenavi, sembravi, non lo so, un animale catturato.
Oh, lo immagino, ho detto. Ho preso la sua mano d’impulso e me la sono premuta sulla gola.
Lui l’ha tenuta immobile e stretta per qualche secondo, guardandomi dritta negli occhi, e poi ha chiesto: vuoi che faccia qualcosa?
Non lo so, ho detto io.
Mi ha accarezzato i muscoli del collo e lentamente ha mollato la presa.
Credi che mi picchieresti? ho detto.
Che cosa vuoi dire?
Voglio dire, se te lo chiedessi, tu lo faresti?
Intendi durante il sesso?
Immagino di sì.
È stato zitto per un po’, poi ha detto, è questo che succede nei tuoi incubi?
Forse, ho detto.
Si è passato una mano sulla fronte un po’ sudata, e ha detto: non sembravi divertirti però mentre sognavi.
No infatti, ho detto.
E allora perché dovresti chiedermi una cosa simile?
Ho alzato le spalle. Forse, ho detto, perché, in un modo o nell’altro, torniamo sempre a quello che ci è stato fatto.
Quanti anni avevi? La sua voce era roca e sottile, gli tremava leggermente.
Pochi.
Credo, ha detto, che se non avessi letto il tuo romanzo, non avrei mai potuto intuire quello che ti è successo.
Che intendi?
Ha respirato forte, e ha guardato verso i tetti delle chiese, voglio dire che sei così libera quando sei con me, c’è questa alchimia tra noi, quando facciamo l’amore sei così selvatica. Non avrei mai potuto immaginarlo. Io una donna come te non l’ho mai avuta.
Ah no? mi è nato un sorriso compiaciuto, pur non volendo. E che donna sono?
Non lo so, meravigliosa.
Non mi piaceva il sesso prima di te, lo odiavo, ho detto e mi veniva da piangere ma mi sono trattenuta pensando ai gatti qui intorno.
Lo odiavi?
Lo detestavo. Quindi, nemmeno io ho mai avuto un uomo come te.
Sul serio?
Sul serio. Non credevo che sarebbe mai stato possibile.
Che cosa?
Essere felici in questo modo. Però non voglio più parlare di questa cosa.
Quale cosa?
Quello che mi è successo. Devo piantarla di fare la martire solo perché mi è successo qualcosa di spiacevole nella vita. Devo crescere, l’ha detto anche Deb.
Lui non ha detto niente.
La pensi anche tu così, non è vero? ho detto.
Credi che sarei qui, con te, se la pensassi così?
Non lo so, a letto sappiamo darci da fare bene io e te, ho alzato le spalle.
Si è messo a ridere, ride sempre quando dico cose del genere, lo mette in imbarazzo.
Magari, ho continuato, questo per te conta più che frequentare una brava persona.
E tu non sei una brava persona?
Non credo.
E perché mai non saresti una brava persona?
Non lo so, immagino di essere ormai una persona danneggiata, difettosa, come una pesca ammaccata. Mi sento una persona corrotta che non si merita niente.
Mi ha accarezzato la testa, dietro le orecchie, come si fa con un cane. Provavo una serie di cose che si scontravano tra loro e che non volevo provare.
Beh, intanto credo che quello che hai passato non sia stato semplicemente spiacevole, ma orribile e che tu abbia il diritto di sentirti come ti senti a volte. Ha smesso di accarezzarmi dietro le orecchie e la sua faccia si è fatta molto seria, gli occhi gli si sono allargati.
Sei stata stuprata, ha detto. Ed io ho trasalito. Come se qualcuno me lo stesse dicendo adesso per la prima volta. Come se non lo sapessi. Nessuno me lo aveva mai detto ad alta voce.
Okay, ho detto.
Quindi, ha detto, ripeto hai tutto il diritto di sentirti come ti senti a volte. Anche se questo significa sentirsi una persona corrotta che non si merita niente. Va bene se ti senti così.
Okay, ho abbassato la testa. Mi sentivo le gambe molli e la testa vuota.
Mi ha preso le mani e ha detto: basta che ti ricordi che non è vero.
Ha gettato il mozzicone giù, ha respirato a lungo. Forse per te la mia opinione non conta, ha detto, ma io vedo più di una brava persona, vedo una persona speciale. Mi ha stretto le mani.
Vabbè, ma noi andiamo a letto insieme, non vale. Sembrano tutti speciali quelli che ci portiamo a letto.
Ha riso e mi ha tirato un tenero schiaffo sulla nuca.
Smettila, ha detto.
Ho buttato fuori un altro po’ di fumo, ho finito la sigaretta subito dopo di lui e poi mi sono allontanata un po’ e sono andata dalla parte opposta del terrazzo, lui mi ha seguita.
Che ragazza problematica, vero? ho detto.
No.
Invece sì.
Io ti sembro un uomo semplice? Non riesco nemmeno a chiamarti amore.
Vabbè ma è vero sono problematica, lo so che lo pensi.
Tu non lo sai quello che penso. E devi smetterla di fingere di saperlo.
Intanto non riesco neanche a dormire come le persone normali, ho detto, farei prima a fare un salto giù.
Mi sono avvicinata alla ringhiera e lui mi ha afferrata all’improvviso con tutta la forza che aveva.
Guarda, che scherzavo, ho detto.
Lo so, ha detto,però continuava a tenermi stretta contro il suo petto, tenendomi con quelle sue braccia nerborute, le mie bloccate incrociate sullo sterno, sentivo il suo cuore battermi sulla schiena come un martello pneumatico.
Davvero hai avuto paura che mi buttassi giù?
No.
Sembri spaventato.
E lo sono.
Da cosa allora?
Da te che te ne vai, in ogni modo possibile o impossibile.
Siamo rimasti zitti per un po’, c’era questo silenzio irreale e questa luce tenera che si svelava stancamente sui tetti come una donna a fine giornata che si sfila le calze e ne restano le gambe affaticate, nude, lattee, il viso struccato.
Hai detto di non avere mai avuto una donna così, ho detto.
È vero.
E io ho detto di non avere mai avuto un uomo così.
Quindi?
Quindi ci abbiamo.
In che senso?
Io ho te, tu hai me. Ci apparteniamo?
Non lo so, piccola, è probabile.
È la prima volta che mi chiami piccola, ho detto, anzi è la prima volta che usi un vezzeggiativo affettuoso con me.
Quindi stai pensando di scappare appena mi sarò riaddormentato, vero?
Mi sono voltata e l’ho baciato. Le nostre lingue sapevano entrambe di fumo ed era bello sentire come la sua mi entrava in bocca, e mi sfiorava i denti, mi levigata il palato e senza saperlo, mi curava con la sua saliva, quella ferita che mi ero fatta nella guancia la sera prima addentando una patata fritta.
Siamo rientrati e abbiamo fatto l’amore con le imposte aperte, e uno di quei gatti del terrazzo che ci guardava dalla portafinestra. Era quello grosso, bianco, con la macchia nera sul muso, come nella canzone di Gino Paoli.
Poi lui si è riaddormentato subito, con un braccio sulla mia pancia, l’ho spostato piano e faticosamente, mi sono alzata, ho preso le mie gocce per dormire, ho fumato un’altra sigaretta seduta sul gradino della portafinestra, mentre accarezzavo la testa morbidosa del gatto di Paoli.
Dopo un po’ mi sono coricata, ho letto per una mezz’ora e poi mi sono riaddormentata anch’io.
Ci siamo svegliati che erano le dieci, Chris mi ha portato il caffè a letto. Abbiamo fatto la doccia insieme, mi ha insaponato delicatamente, ci siamo vestiti, mi ha asciugato i capelli a testa in giù col phon.
Mi ha abbracciato stretta e io mi sono voltata in cerca della sua fronte, avevo un gran bisogno di appoggiarci contro la mia.
Marzia Casilli
La nostra carne racconta e descrive numerose sensazioni (raramente piacevoli), di corpi e funzioni corporali, di malessere, una impressionante quantità di malessere, come quando hai mangiato qualcosa che non riesci a digerire, o come quando hai mangiato qualcosa che detesti, che ti riempie di nausea.
La carne tace dentro il proprio destino, di fronte al sopruso, e si stringe nel suo drammatico silenzio. Solo rare volte ha il coraggio di urlare, nei sussurri e nei gesti del corpo violato, quel dolore inciso nella carne.
“Come quella ragazza nigeriana, che torna a casa col sangue che cola lungo le cosce, sutura la ferita con ago e filo e prova a fare come se niente fosse”.
Non c’è amore dove il silenzio nasconde la violenza. E proprio il silenzio diventa parte della storia schiacciata e taciuta che la carne si porta dentro. Invece l’occhio della compassione è l’occhio della speranza, quello che sa vedere il dolore del mondo e credere nella redenzione.
La carne aggredita e violentata, può vivere reazioni di diverso genere, non c’è una risposta univoca: a volte reagisce immediatamente, altre volte dopo molto tempo; a volte rimane traumatizzata, altre volte recupera. Questa carne prova: shock, confusione, ansia, intorpidimento, oppure nega l’accaduto. La rabbia la sente dentro come dolore e questo le impedisce di guarire dalle profonde ferite. Prova vergogna e colpa, non riesce a relazionarsi col mondo esterno, evita il contatto con l’altra carne.
Questa carne abusata e dilaniata, è per tutti una lettera vivente che ancora attende risposta.
Oggi, piuttosto che reclamare giustizia, la violenza serve di pretesto alla politica.
Non so perché mi viene in mente un caso molto lontano nel tempo, quello di Artemisia Gentileschi, che fu una pittrice vissuta a Roma nel XVII secolo. Nel 1611 Artemisia subì uno stupro da parte del pittore toscano Agostino Tassi, impegnato in quel tempo, assieme al padre di lei, Orazio Gentileschi, nella decorazione delle volte del Casino della Rose nel Palazzo Pallavicini Rospigliosi di Roma. Il padre denunciò il Tassi che, dopo la violenza, non aveva potuto rimediare con un matrimonio riparatore perché già sposato. Del processo che ne seguì è rimasta testimonianza documentale e colpiscono la crudezza del resoconto di Artemisia e i metodi inquisitori usati dal tribunale. Artemisia accettò di deporre sotto tortura, che consisteva nello schiacciamento dei pollici attraverso uno strumento usato ampiamente all’epoca. La sua carne venne torturata a lungo. Il processo si concluse con una lieve condanna del Tassi, ma ebbe grande influenza sulla lettura in chiave femminista a partire dalla seconda metà del XX secolo.
Lo stupro della carne è considerato oggi metodo di tortura e strumento di guerra. Fra i casi più tristemente noti, ricordo la vicenda di “stupro politico”, di matrice neofascista, di cui fu vittima l’attrice Franca Rame, e le denunce mosse al governo cinese in materia di violazione dei diritti umani nei confronti delle donne appartenenti al movimento spirituale Fa Lun Gong.
Nelle situazioni di conflitto il rischio di subire una violenza della carne è molto elevato. Abusare delle donne è considerata una ricompensa per i soldati nonché un vero e proprio metodo di sopraffazione per fiaccare la resistenza psicologica della popolazione. Dopo la guerra in Bosnia-Erzegovina, in cui l’uso dello stupro come arma di pulizia etnica era stato portato all’attenzione dei media internazionali, nel 1993 un gruppo di deputate europee presentò alle Nazioni Unite la proposta di riconoscere lo stupro come crimine di guerra. Con la risoluzione n. 1820 del 19 giugno 2008, le Nazioni Unite hanno inserito lo stupro fra le armi da guerra. Casi di violenze della carne di massa si sono registrati o sono ancora presenti nei territori dell’ex-Jugoslavia, della Cecenia, del Darfur, dell’Iraq e di altri paesi del mondo. A volte sono gli uomini ad essere vittime, come in Cile, Grecia, Croazia, Iran, Kuwait, ex Unione Sovietica ed ex Jugoslavia. Uno studio su 6.000 internati a Sarajevo ha evidenziato che l’80% degli uomini era stato stuprato.
Il 23 settembre 1998, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda dell’ONU, stabilì che la violenza della carne, o è più corretto dire, la violenza carnale, era un crimine di guerra. Oggi tale delitto sulla carne è proibito in tutti gli Stati del mondo, anche in guerra.
Nonostante tutto, questa violenza incisa nella carne, rimane per sempre come mappattura all’interno dei corpi che l’hanno subita. Queste incisioni sono molto precise e geometriche, e le loro angolature torturano più che mai il cuore di chi se le porta dentro. Come vivessero in una sorta di habitat naturale, si impadroniscono di te, rubano la tua esistenza, e si nutrono dell’amore che porti dentro per vivere, proprio perché, quelle incisioni hanno il compito di rubare amore!
Così a questa carne viene meno la linfa vitale che la fa vivere: il sangue! E il suo serbatoio di sangue, che è amore, si svuota di continuo, e annaspa nella speranza che le ferite si riemarginino e scompaiano per sempre!
La fragilità che ne consegue, rende questa carne vibrante e incapace di sentire pienamente ciò che tutti gli altri percepiscono normalmente, vivendo nell’eterna attesa di realizzare quel sogno tanto sperato, che sta nella parola GUARIGIONE.
La storia di Giorgia
25 Marzo 2022
A Luglio dello scorso anno vicino al corpo di Santa Maria Goretti… recitando la storia di Giorgia, u...
