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Buona fortuna donna (di Maria Antonietta Mea)

Ti urlano
dentro
secoli di schiavitù.
La tua coscienza
si risveglia
consapevole
e dolente
del plagio subito
della violenza
del maschio
complessato
che non ti perdona
il privilegio
di partorire.
E tu senti
il dovere di lottare.
Buona fortuna, donna!
È la tua ora.
Ma sappi
che basterà un attimo
di smarrimento
basterà
che anche una volta
tu scenda
a patti col nemico
padre amante marito fratello
perché tutto il cammino fatto
sia annullato.
Fa in modo
che la tua sola forza
basti.
È l’unica condizione
per salvare
quel briciolo
di dignità
che non sono riusciti
a toglierti.
È l’unico mezzo
per riscattare
il lungo passato
in cui ti sei fatta
odalisca
cuoca
fattrice
e vestendoti d’amore
ti sei venduta.
Per debolezza
per interesse
per solitudine
per masochismo
per ambizione
per cambiare padrone

Perché quel destino
ti hanno
raccontato
mettendoti
in mano
una bambola

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Agata aveva sempre saputo che l’antico bucato era un impegno…(della Prof.ssa Maria Antonietta Mea)

Agata aveva sempre saputo che l’antico bucato era un impegno lungo e faticoso, ma il rievocarlo nella sua interezza, sia pure in una semplice sequenza di operazioni, l’aveva addirittura impressionata.

       Quelle fatiche, che costituivano solo una parte di quelle che le donne dovevano sopportare nella maternità, nella cura dei figli e del marito e della casa, la portarono a chiedersi ancora una volta:

       – Davvero fino ad appena mezzo secolo fa il “sesso debole” riusciva a fare tutto questo?

       Pur essendo stata testimone di quei sacrifici, Agata lo trovava stupefacente, soprattutto se si considerava che alcune donne quel bucato dovevano farlo dopo aver lavorato nei campi e aver appena partorito un figlio, e aver cucinato e aver tirato su l’acqua dalla cisterna o dalla fontana e aver fatto e fatto e fatto …

       Altro che sesso debole!  Erano un sesso forte le donne, troppo, e gli uomini, che possedevano la forza bruta ma non la loro resistenza, lo avevano capito o forse solo inconsciamente percepito, e le temevano. Per questa ragione, secondo Agata, la storia degli ultimi millenni li aveva visti sempre in posizione di aggressiva supremazia.

       Il problema della violenza sulla donna, non intesa come violenza fisica, o almeno non solo, ma soprattutto come politica di repressione generata dalla paura e portata avanti in una sorta di delirio di onnipotenza per secoli, per millenni, era sempre stato da lei molto sentito.

       Era stato oggetto di discussioni sia pacate che furibonde, di garbate ma decise puntualizzazioni, sia nell’ambiente di lavoro che al di fuori di esso. Era stato un impegno sociale in prima persona, con le donne che a vario titolo erano entrate in contatto con lei.

       Soprattutto, e questo la rendeva molto soddisfatta, aveva indottrinato centinaia di ragazze, le sue studentesse, le aveva spinte alla “disobbedienza civile” nei confronti dei loro genitori, se questi avessero tenuto atteggiamenti discriminanti tra figlie femmine e figli maschi.

      Dava spesso un suggerimento: rifiutate di svolgere le faccende domestiche se ciò non viene richiesto anche ai vostri fratelli e, se i vostri genitori dovessero adirarsi, dite loro di venire a parlarne con me. Nessun genitore era mai andato da lei a lamentarsi.  

      Circa trent’anni prima aveva anche scritto una poesia sul tema. Le tornarono in mente alcuni versi. Il titolo era “Buona fortuna, donna”.

VI

 Agata era nel suo studio, seduta al computer.

       Non riusciva a trovare il file nel quale aveva registrato le sue poesie di tanti anni prima. Rintracciò le più recenti, ma non quelle.

       Decise che doveva insistere nella ricerca. Sentiva molto quella sulla donna che le era appena tornata alla mente e spesso si era ripromessa di scrivere qualcosa sull’argomento, partendo proprio dall’analisi di quei versi.

       Il femminismo come era stato vissuto nel sessantotto non la interessava molto. In

quell’anno era giusto nel mezzo dei suoi studi universitari, e aveva preso parte alla contestazione generale solo marginalmente, almeno per due ragioni.

       Una riguardava la sua facoltà, dal taglio scientifico e quindi non politicamente sensibilizzata, l’altra era personale. Per formazione mentale e per educazione Agata era infatti più incline ai cambiamenti lenti e ben assimilati che a quelli rivoluzionari che, nella maggioranza dei casi e dopo spargimenti più o meno metaforici di sangue, in molti casi riportavano tutto al punto di partenza.

       Non le piacevano le contestazioni strillate, il sesso libero, e tutto ciò che era esagerato, inoltre non le sarebbe mai passato per la mente non solo di togliersi il reggiseno per bruciarlo, come simbolicamente si faceva durante alcune manifestazioni di protesta, ma persino di nominarlo.

       Alcune sue coetanee avevano vissuto con passione quei momenti, e avrebbero in futuro tenuto fede a quell’impegno sociale con coerenza. Ma vi erano anche molte sessantottine che avevano alzato il pugno chiuso nei cortei indossando abiti e accessori firmati. E dei foulard, allora tanto di moda, che Agata ancora ricordava, uno solo dei quali le sarebbe bastato per pagare un mese di pigione.

       Era certa già allora che le avrebbe ritrovate in qualche salotto esclusivo, più ben vestite e ingioiellate che mai, senza un solo pensiero per le donne per le quali lottavano e che, passati i fervori del femminismo in piazza, avrebbero continuato a vivere il loro profondo disagio. E in molti casi non si era sbagliata nella previsione.

       Agata considerava il problema della violenza sulle donne da un punto di vista più pragmatico, pensava a quelle che vivevano negli ambienti culturalmente più arretrati, alle donne che aveva conosciuto direttamente. Pensava alle loro lacrime, ai loro lividi e, peggio di tutto, alla loro rassegnazione.            

       Mentre le scorrevano nella mente i volti di Maria, di Pina, di Pissa, di Rosetta, di Giovanna, di Viola, continuava a cercare il file e infine lo trovò. La poesia era più lunga di come la ricordasse. Iniziava con l’augurio “Buona fortuna, donna”, e via via diveniva un’esortazione, a tratti una sferzata.

       Conteneva un grido di rabbia contro “la violenza del maschio complessato che non perdona il privilegio di partorire”, esortava la donna a non scendere “a patti col nemico, padre amante marito fratello” ma al tempo stesso le attribuiva la responsabilità di essere stata in molti modi debole, interessata, masochista, ambiziosa. Una responsabilità attenuata dalla sua solitudine, dall’ignoranza, dal fatto di vivere in una società che sin da bambina le aveva raccontato il suo destino “mettendole in mano una bambola”.

       Era stata scritta nel 1977.  Pensò che trent’anni forse erano troppo pochi perché le cose fossero completamente cambiate, ma erano anche troppi se si considerava che non erano migliorate poi tanto.

       La circostanza che la questione femminile fosse stata in passato sollevata e combattuta soprattutto da donne ricche e acculturate, spiegava in parte come non fosse stata adeguatamente risolta, forse proprio perché non le riguardava personalmente in maniera importante. Nella maggior parte dei casi, infatti, nelle loro relazioni private esse possedevano gli strumenti economici e dialettici per difendersi dalla prepotenza del maschio.

      Mentre si soffermava su questo pensiero, Agata risentiva però il “…grido lacerante” della Banti, moglie di uno dei più grandi critici d’arte del Novecento.  Considerò come Anna, donna di grande finezza culturale, avesse emesso quel grido nella consapevolezza di aver sacrificato dolorosamente la sua realizzazione personale sull’altare di quella del marito, pur tanto amato.

       Questo esempio rimetteva un po’ in discussione le sue convinzioni, e ampliava il concetto di violenza anche alle auto castrazioni che, mascherate da sentimento a livello conscio, avevano di fatto generato in molte donne la profonda convinzione di una ragion di stato che dovesse fare emergere nella professione o nell’impegno sociale la componente maschile del rapporto.

       Tuttavia, ragionando in termini di grandi numeri, Agata tornò alla considerazione secondo la quale il problema riguardava soprattutto le donne povere, che non avevano alcun bene di proprietà, che non lavoravano e quindi non percepivano una retribuzione, spesso per mancanza di un titolo di studio, e qui si ricadeva nel problema di essere nate in un ambiente che non aveva assegnato importanza all’istruzione delle donne. “Tantu nu fessa ca la mantene lu troa sempre”, era il leit motiv con il quale i genitori si assolvevano.

       Forse più che di prepotenza del maschio sulla femmina, in questi casi sarebbe stato più corretto inquadrare la questione nell’ambito della prepotenza del forte sul debole, del ricco sul povero.

       Una delle ragioni più ricorrenti per le quali molte donne accettavano la violenza in silenzio, oltre alla dipendenza economica, era la loro convinzione di fondo di essere amate dai loro uomini, fossero essi padri o mariti, o fratelli, il che le portava a giustificarli, per una sorta di sindrome di Stoccolma di tipo familiare.

       Ciò che più angustiava e irritava Agata era il fatto che l’atteggiamento generalmente remissivo delle vittime contribuisse da una parte a sottovalutare la gravità sociale del fenomeno e dall’altra, riguardo alla mentalità maschile, a perpetuare la convinzione persino di buona fede di essere dei buoni mariti, dei buoni padri, dei buoni compagni.

Si rendeva conto che, a seguito delle lotte sociali combattute in maniera più o meno strumentale ma sempre determinante, molte disuguaglianze erano state cancellate, ma non quella di base tra uomo e donna, con l’aggravante che, mentre in passato erano state solo le donne appartenenti alle classi più povere e incolte ad essere umiliate, negli ultimi tempi quel tipo di violenza era presente in uguale misura e in preoccupante aumento in tutti gli strati sociali.

       Voleva sperare che fosse solo la grancassa mediatica a far sembrare in crescita un fenomeno che nel passato era stato più ampio e solo più taciuto.        

       “Buona fortuna, donna!” era stata scritta d’impulso e non derivava da una delusione personale o da un vissuto che l’avesse vista violentata in quanto donna, perché almeno questo le era stato risparmiato.

       Agata aveva sofferto sempre e soltanto per amore, per l’amore perduto di un uomo, per l’amore perduto di un’amica, per l’amore non trovato dove avrebbe voluto che ci fosse, per l’amore tradito da tanti tra coloro nei quali aveva creduto.

      La circostanza di non essere personalmente toccata dal problema della violenza sulle donne non le aveva però impedito di sentirsi in dovere di lottare, anche se non sempre con il dovuto impegno, per tutte le altre che non avevano avuto, come lei,  la fortuna di essere stata rispettata sin dalla nascita, in famiglia e fuori dalla famiglia, di avere ricevuto dai genitori e dai nonni tutti gli stimoli che potessero portarla a sentirsi forte e per niente inferiore ad un uomo, di aver avuto la possibilità di studiare e quindi di essere economicamente indipendente sin da giovanissima.

       – Caro papà, cara mamma – si commosse Agata – quanto vi devo!

       Aveva sempre nella mente le parole di suo padre quando diceva a lei e a Lucia:

       – Prima dovete conseguire l’indipendenza economica e poi potrete sposare chi volete. Perché i mariti possono morire.

      Una fitta alla schiena la spinse a cambiare posizione e poi ad alzarsi. Si ritrovò in preda a un malessere che non riusciva a spiegarsi. Non potevano essere stati i problemi appena considerati a crearle la sensazione di disagio che le chiudeva la bocca dello stomaco. Mosse alcuni passi nella stanza e capì che non di turbamento si trattava, ma di languore: non aveva cenato. 

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LA LIBERTÀ NELL’EPOCA DEL PENSIERO UNICO (di Lara Carrozzo)

La libertà è la facoltà di pensare, di operare in modo autonomo. Dal punto di vista giuridico, per libertà s’intende il diritto di ogni individuo di disporre della propria persona. Ma che cosa è realmente oggi la libertà? Non è semplice dare una risposta nell’epoca del pensiero unico, che significa omologazione, assenza  di differenziazione nell’ambito delle concezioni e delle idee politiche, economiche e sociali.

Ne Il Foglio, 1° maggio 1998 p.2 leggiamo:  “La sostanziale omologazione dell’alta tecnocrazia delle banche, dei ministeri e della burocrazia di Bruxelles riflette quel pensiero unico indicato da più parti come responsabile della stagnazione economica e del fallimento nella lotta alla disoccupazione”.

Il pensiero unico corrisponde infatti alla sovrastruttura ideologica compatta, unitaria e priva di avversari politici e culturali propria della struttura del fanatismo economico-finanziario globale quale si è venuto strutturando dopo la fine del comunismo storico novecentesco; il quale, permise ad alcune generazioni di nascere, vivere e morire senza sperimentare il capitale come forma di vita, come regime di storicità e come ordine del discorso. Il pensiero è la sovrastruttura ideologica della compagine classista capitalistica divenuta mercato unico globale senza limiti. L’omologazione economicamente diseguale della mondializzazione capitalistica si presenta così, in ambito culturale e sovrastrutturale, nella forma dell’ordine simbolico dominante del pensiero unico politicamente corretto, sistema sospettoso e colmo di proibizioni e di sanzioni atto a annullare ogni idea, ogni orientamento, ogni prospettiva, ogni desiderio non allineato con la struttura realmente data e concretamente disarmonica del mondo. Ma se la libertà è come direbbe il liberalista  Isaiah Berlin:

“L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla”. Come possiamo muoverci in questo marasma alla ricerca di uno spiraglio di autonomia? La questione più importante è infatti questa. Ma in un mondo tumefatto dalla violenza, dove ci si accorge che i diritti umani universali che dovevano essere sacri, sono stati sacrificati sull’altare del Dio denaro a discapito di tante piccole vite che si sono andate infrangendo nelle cascate della  povertà, della guerra e della mancanza di ragioni specifiche, in termini di valori, per cui vivere, non è del tutto semplice. Forse una soluzione specifica è quella di fare appello all’interiorità, uno dei doni più potenti che abbiamo è la libertà,  e come diceva Jung nel suo bellissimo libro rosso: “meglio essere legati da catene visibili che da catene invisibili”. L’effettiva libertà è quella che portiamo dentro di noi, quella che si libera dal giudizio proprio e dell’altro, quell’evoluzione di liberazione che ci permette di non essere prigionieri di noi stessi. Oppure come diceva Papa K. Wojtyla in Amore e responsabilità, (Marietti, Torino 1969, pp. 122-123), facendo riferimento alla libertà soprattutto nell’amore: “L’amore consiste nell’impegno della libertà: è un dono di sé, e donarsi significa precisamente limitare la propria libertà a vantaggio di altri. La limitazione della libertà potrebbe essere in se stessa qualche cosa di negativo e di sgradevole, ma l’amore fa sì ch’essa sia al contrario positiva, gioiosa e creatrice. La libertà è fatta per l’amore. Se non è usata, se non è sfruttata da esso, diventa precisamente qualche cosa di negativo, dà all’uomo il senso del vuoto. L’amore impegna la libertà e la colma di ciò che per natura attira la volontà: il bene. La volontà tende al bene e la libertà è una proprietà della volontà; ecco perché dicevamo che la libertà è fatta per l’amore: soprattutto, grazie ad esso, infatti, l’uomo partecipa al bene. Per la stessa ragione, la libertà occupa uno dei primi posti nell’ordine morale, nella gerarchia delle virtù, così come i buoni desideri e le buone aspirazioni dell’uomo. L’uomo desidera l’amore più della libertà: la libertà è un mezzo, l’amore è un fine. Ma desidera l’amore vero, perché soltanto sulla base della verità è possibile un impegno autentico della libertà”. Anche nella Sacra Bibbia è ben esplicitato questo concetto: “Egli da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del proprio volere” (Siracide 15,14). L’interiorità coltivata nella spiritualità può essere la sola chiave per uscire e attraversare la porta del tempo del pensiero unico, là dove l’oltrepassamento si sostanzia in una visione alta della vita vissuta nel volo come il gabbiano Jonathan Livingston che adora volare e che per questo viene esiliato dal suo stormo, che lo considera troppo spericolato; Jonathan per tutta la vita si dedica con perizia allo studio del volo, cercando sempre di imparare nuove acrobazie, fino al giorno della sua morte, nel quale viene raggiunto da due gabbiani bianchi che lo conducono in un luogo dove Jonathan, sotto la guida di altri gabbiani, apprende che scopo della vita è raggiungere la perfezione, partendo dal volo ma soprattutto comprendendo il segreto della bontà e dell’amore. Da questo momento, Jonathan comprenderà che lo scopo della sua vita non è solo volare per il gusto di farlo, ma è condividere la sua conoscenza con altri. Allora, impariamo a volare alto, ma senza la necessità di isolarci, con il convincimento che la conoscenza potrà essere la sola autentica strada per il conseguimento del vero potere umano, che è la libertà.
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Complessità del  desiderio di Giuseppe Rosafio (Avvocato ed ex Sindaco di Copertino)

Da tempo mi chiedo come risponderei e come reagirei se fossi chiamato ad intervenire e a dire il mio punto di vista di fronte alla “Complessità del desiderio”.

Questo interrogativo si è improvvisamente posto alla mia attenzione leggendo un articolo di Emanuele Coccia su Repubblica, che recensiva un libro dal titolo significativo ed esplicito “Di cosa parliamo quando parliamo di consenso”, della filosofa francese Manon Garcia.

Argomento che definirlo complesso è un eufemismo.

La cronaca giudiziaria quotidiana, il Movimento #MeToo, e nel mio piccolo bagaglio personale e professionale, ho provato più di una volta di affrontare la questione del consenso o meno nel caso concreto.

Per fortuna non sono obbligato e qualche volta ho rinunciato all’incarico con un garbato diniego in casi non chiari e definiti, ma rimane in molti casi e, non solo nella professione, l’interrogativo di fondo che è proprio della complessità dell’affrontare e dare una risposta esaustiva quando sei chiamato e coinvolto personalmente.

Il recensore riportava la tesi dell’autrice che afferma che da una parte “si tratta di combattere l‘idea che la sessualità sia esterna alla morale che il sesso sia un campo di battaglia regolato esclusivamente dalla legislazione contro le violenze sessuali, e  dall’altra di affermare la necessità, secondo il pensiero della Manon, di introdurre la morale come metro di valutazione delle nostre azioni, anche nel sesso.

Anzi, a ben guardare, aggiungo io soprattutto nel sesso, in questo  momento storico.

Certo, nelle aule di giustizia e nella cronaca i due schieramenti si dividono e si contrappongono in un estenuante quanto, per me, inutile e sterile campo di battaglia in cui si perde tutti.

Siamo chiamati in un impegno faticoso e quotidiano che vede noi uomini impegnati a sgomberare il nostro ego da ogni precedente fanatismo, comportamento stratificato da anni di messaggi falsati e  comportamenti che portano ad interpretare atteggiamenti del mondo circostante che si riversano su di noi e che spesso interpretiamo in modo sbagliato.

L’errore, sono portato a credere, viene proprio dall’ inconsapevole convincimento che basta proclamarsi vicino e comprensivo delle differenze di genere per essere nel giusto; tutto questo porta a semplificare il messaggio ricevuto.

E’ inutile ricordare i messaggi sbagliati ricevuti, anche nelle famiglie matriarcali fin dalla infanzia, portano nella vita a comportamenti di sopraffazione e di involontaria violenza.

Non è facile, ed è lungo il percorso per svuotare tutto l’armamentario di comportamenti ed atteggiamenti sbagliati; poi ad un certo punto della vita si è portati a credere, come per incanto, che con qualche buona lettura e fortunato incontro, si è raggiunto il traguardo.

Purtroppo, a me ora è chiaro che l’impegno singolo, individuale, non è sufficiente ed è solo un primo passo; si cominci dai piccoli comportamenti quotidiani, dal ruolo in famiglia e tra amici e conoscenti.

Gesti errati ripetuti inducono i ragazzi a dare per scontato che sono inevitabili.

Rimane il campo del desiderio e della difficoltà della sua interpretazione, ed occorre la consapevolezza che questa difficoltà coinvolge entrambi i sessi senza tabù o peggio ancora nella errata convinzione che riguardi solo gli uomini.

Ecco, spostando la tormentata questione dal campo della legislazione, della repressione e del giudizio, al campo della morale, si può sperare di fare un passo avanti.

Lo sforzo deve essere per tutti quello di formare un codice riconosciuto  di comportamento e di regole condivise, a cominciare dal rapporto di coppia, e da estendere alla società.

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Soledad (Solitudine) di Lara Carrozzo

Non pronunciare il mio nome (Soledad)

se m’arrovello nel dolore

(che miasma nell’anima!) …

A braccia conserte

su un tavolino in legno

mangio erba ghiacciata

che diventa veleno

nel conforto lacrimato,

nello spessore costretto,

 dei miei strumenti

che giacciono …giacciono

nella vita impiastrata

d’inchiostro nero

nel mentre la speranza illuce

conduce, come in un tunnel

disperdendomi come

quelle rane negli stagni

sulle foglie

che sembrano sapere

più di chiunque altro

sul Dio dell’Amore

che ti dedica l’incanto

in un attimo di solitudine.

(Opera n° 3 – L’Eterno Sentire)

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Il Tribunale delle umiliazioni e del pettegolezzo – La legge non è uguale per tutti! (di Lara Carrozzo)

Continuavo a ripetermi che fosse solo un film, che non fosse la mia storia; mi vedevo entrare in Tribunale, sezione penale, ancora prima di esserci entrata veramente. Una visione di me estatica e allo stesso tempo maledetta; già “l’artista maledetta”, costretta a difendersi, con sulle spalle una pena già scontata, quella della vita vissuta, dieci anni e mezzo di bruciature e lividi in tutto il corpo. Quattro anni prima, con lui, nel carcere di casa, nella violenza, e sei anni e mezzo dopo, nei freddi corridoi e nelle aule del Tribunale, tra brividi interiori alternativamente caldi e freddi. Questo per anni, con l’illusione di convincermi di non aver mai subito o di non subire più. Dopo tanto tempo, non mi sentivo più una persona, ma mi sentivo come “animalizzata”, nell’attesa che prima o dopo ci sarebbe stato un verdetto, una giustizia non interrotta dalla follia mentale di tanta gente oggi “disabile mentalmente”, che non riflette sulla storia umana delle persone, tant’è vero che oramai tutti siamo o un caso per un Tribunale, o un numero per l’ospedale. Non so davvero in cosa si stia trasformando il mondo oggi, so solo che è quasi estate, e proprio oggi ci sarà la discussione e forse verrà emesso il verdetto finale di primo grado, che annuncerà una condanna o un’assoluzione…chissà se il convincimento umano sarà più forte di una qualunque prova. L’unico appello che posso fare a me stessa è: “ Dio assistimi! Fammi vedere attraverso i tuoi occhi la luce!”.

Varco la porta del Tribunale, nella solitudine più totale controllano i miei oggetti personali, con freddezza; dall’Avvocato, il mio, mi viene indicata l’aula del Tribunale dove avverrà la discussione attesa sei anni e mezzo; è l’aula tre, mi dice, la raggiungo sentendo addosso occhi che mi guardano con cupidigia e curiosità, ci sono molti uomini in Tribunale, io indosso una gonna lunga a fiori con sfondo nero, e una camicetta rosa antico; si vede tutta la mia femminilità, ma è velata, sono completamente coperta dai vestiti. Mi dirigo con gli Avvocati nell’aula, tutto è grigio, cala il sipario davanti ai miei occhi, non voglio vedere quello che accadrà di lì a poco; intanto in un angolo scorgo lo sguardo del mio ex marito perso nel vuoto, è il mio carnefice, e penso: “se ne sta lì seduto a fare cosa? Sembra un cane tenuto fermo all’angolo con un collare dal suo Avvocato”. Il suo Avvocato è molto influente, non teme nulla, il mio è altrettanto bravo…ma ci sono poteri avversi nelle aule dei Tribunali. Inizia la discussione, la Presidente del Collegio, stranamente una donna, apre il dibattito e passa subito la parola  al Pubblico Ministero, che un solo “click”, smonta il Processo, con poche parole immotivate, stupide, misogine: “Questo Processo non ha ragione di essere, perché nella fase iniziale era stato archiviato! (da una donna peraltro). Questo processo nasce da un’imputazione coatta, una forzatura che non ha ragione di esistere!”. Parole, stupide e prive di senso, riflettevo io, mentre già cominciavo a perdere le forze fisiche e psicologiche. Il massacro continua, lacrime poco fluide, iniziano a scorrere sul mio volto. Ora interviene il mio Avvocato, è egregio, eccezionale, preciso, ma non basta; l’ultima parola tocca all’Avvocato che difende il mio carnefice. La sua arringa non finisce mai, e con dovizia di particolari, parla di minigonne che non ho mai indossato, di pseudo-tradimenti mai avvenuti, di referti ospedalieri inconsistenti, umilia la mia famiglia di origine dichiarandola assente ed incapace di inquadrare la situazione. Una misoginia sottile e pungente, ai limiti dell’inverosimile, con citazioni letterarie erudite e infinite; il tempo passava ed io di secondo in secondo mi sentivo sempre più piccola, ero diventata al pari di un punto sul quaderno. Non la finiva di massacrarmi in modo signorile  e magistrale, facendo riferimento anche alla turbolenza sessuale della nostra coppia. Pensavo, ingenuamente, sentendomi sempre guardata con bramosia, viste le foto della mia persona portate come prove dal mio Avvocato, dove s’intravedevano le mie delicate e private grazie, e che il mio carnefice aveva strumentalizzato a suo piacimento…: “ma perché a nessuno importa nulla di come  mi sento? Cos’è questa freddezza, cosa sta succedendo, ma sono io la parte offesa!”. D’un tratto mi sentivo colpevolizzata sino a tal punto, da sentirmi io l’imputata. Si erano invertite le parti: PROCESSO A CARICO DI ME STESSA. Reati: stalking, violenza domestica e per finire…violenza sessuale. Ero io la carnefice! Le logiche di potere avevano scavalcato le logiche umane in un… “click”. Lo stesso “click” che facevano le mie palpebre ad ogni loro sillaba. Tra umiliazioni ai limiti dell’impossibile e pettegolezzi sull’orlo della follia si consumava l’udienza conclusiva di primo grado…il verdetto era ovviamente rinviato a quattro mesi dopo. “È un processo complesso, non possiamo esprimerci in questa giornata”, si giustificava così il collegio. Sei anni e mezzo su quella croce, come Gesù Cristo…e loro…non potevano esprimersi in quel momento. Le mie gambe diventano rigide e tremano forte, come dopo la violenza, lui è lì sempre all’angolo, tenuto a bada da chissà quale sedativo. Usciamo dall’aula, vengo accompagnata in bagno, ho difficoltà nella minzione. Grido forte dentro me stessa: “Dio ti prego, fammi vedere la luce attraverso i tuoi occhi!”. Ricevo come una risposta, che suona così: “Figlia mia, non è questo il luogo della giustizia, vieni con me, dove alla luce si aggiunge altra luce, ti porterò nel Regno Eterno…dove tutto brilla”. Quell’eternità fu l’ultima immagine che vidi, mentre gli avvocati portavano il mio corpo appesantito fuori dal Tribunale. Era terminata solo la discussione di primo grado.

Lara Carrozzo